Cosa significa piangere sempre? Il pianto in psicologia

Cosa significa piangere sempre? Il pianto in psicologia

Ci sono condizioni nelle quali è molto comune piangere (ad esempio, quando si è arrabbiati, incinta, si ha la febbre, con il ciclo mestruale).

Cosa significa piangere senza motivo, perché si piange per ogni cosa?
Piangere sempre fa male?

Se si arriva a piangere sempre, in continuazione, anche durante momenti abitualmente piacevoli (quando si fa l’amore o si ride) si può essere affetti da un disturbo dell’umore. Questa condizione viene diagnosticata come Depressione Maggiore se le crisi di pianto sono accompagnate da altri sintomi quali riduzione o aumento dell’appetito, insonnia, irritabilità, stanchezza, perdita di interessi, sentimenti di autosvalutazione o colpa eccessivi, idee di morte.

In che modo si può piangere di meno?

La psicoterapia è un percorso durante il quale, soprattutto all’inizio, si tirano fuori le proprie emozioni e si arriva a piangere con il terapeuta per sfogarsi. Chi piange in modo adeguato, infatti, è forte, non è debole. Al contrario reprimere le proprie emozioni porta ad uno stato di estrema vulnerabilità e all’insorgenza di disturbi depressivi.

Qual è il significato dell’atto di piangere in psicologia e psicoterapia?

Uno studio ha cercato di comprendere in modo approfondito gli episodi di pianto dei pazienti in psicoterapia. A 64 professionisti della salute mentale è stato richiesto di eseguire un’indagine sul pianto dei loro pazienti seguiti in psicoterapia e una valutazione dell’alleanza terapeutica.

Tutti gli psicoterapeuti hanno fornito informazioni sulla loro pratica clinica e sui pazienti. 55 pazienti (l’85,93%) piangevano almeno una volta in seduta e 18 pazienti (il 28,1%) avevano pianto durante la loro seduta più recente. La frequenza delle esperienze di pianto dei pazienti in terapia era negativamente correlata al livello psicotico di organizzazione della personalità. La tendenza dei pazienti a provare sentimenti più negativi, dopo i vissuti di pianto, era positivamente correlata a livelli inferiori di organizzazione della personalità o alla percezione di una scarsa alleanza terapeutica da parte dei pazienti.

La sensazione dei pazienti di avere maggiore controllo delle proprie emozioni dopo l’episodio di pianto era positivamente correlata con un approccio terapeutico interpersonale. La percezione dei terapeuti da parte dei pazienti come più supportiva dopo l’esperienza di pianto era positivamente correlata ad un approccio psicodinamico. Per quanto riguarda il più recente evento di pianto in terapia, l’alleanza terapeutica permetteva ai pazienti di raggiungere una nuova comprensione dell’esperienza non precedentemente riconosciuta.

La confessione da parte dei pazienti di non aver mai raccontato a nessuno le loro esperienze di pianto, così come la realizzazione di nuove idee e la sensazione di aver comunicato qualcosa che le parole non riuscivano ad esprimere, erano positivamente correlate alla dimensione dell’alleanza terapeutica. La percezione del pianto da parte dei pazienti come momento di vera vulnerabilità, il raggiungimento di una maggiore stima di sé e comprensione, oltre ad avere una risposta terapeutica, era positivamente correlata alla dimensione dell’alleanza terapeutica (Zingaretti et al., 2017).

Un’altra ricerca è stata effettuata su 52 pazienti che iniziavano un percorso di psicoterapia in una clinica universitaria. Il numero di volte in cui un paziente ha pianto durante la seduta era correlato negativamente con la valutazione globale dei punteggi di funzionamento e positivamente con la gravità della patologia di disturbo di personalità borderline o degli abusi avvenuti durante l’infanzia. I pazienti con maggiori problemi di disregolazione emotiva, sintomi di disturbo di personalità borderline e maggiore gravità di abusi infantili avrebbero quindi una maggiore probabilità di mostrare un’affettività molto intensa all’inizio del trattamento. Durante la seduta l’intervento del terapeuta sembrerebbe fondamentale in quanto, prima del pianto del paziente, incoraggerebbe l’esplorazione e l’espressione di affetti difficili, nuove prospettive o desideri su questioni importanti della propria vita (Capps et al., 2015).

Riferimenti bibliografici:

Capps KL et al (2015). Patient Crying in Psychotherapy: Who Cries and Why? Clin Psychol Psychother.22(3): 208-20.

Zingaretti P et al (2017). Patients’ crying experiences in psychotherapy: Relationship with the patient level of personality organization, clinician approach, and therapeutic alliance. Psychotherapy (Chic). 54(2): 159-166.

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